GUERRE, PETROLIO E RISCALDAMENTO GLOBALE
GUERRE, PETROLIO E RISCALDAMENTO GLOBALE
Lo scoppio della guerra in Medio Oriente ha avuto immediatamente, come effetto collaterale, quello di porre sotto i riflettori il delicato equilibrio su cui poggia la produzione di energia che dipende ancora dal consumo di combustibili fossili. La chiusura dello stretto di Hormuz, che divide la penisola arabica dalle coste dell'Iran, sta ridisegnando gli equilibri delle fonti energetiche perché quel canale è un nodo cruciale per il commercio delle materie prime: da qui, infatti, passa il 17% del petrolio e il 20% del GNL e la chiusura di questo rubinetto ha per esempio causato a casa nostra, nel giro di soli tre giorni, un aumento di circa 6-7 euro della spesa per un pieno di benzina.
Non è però questo il punto. Il problema è che una guerra non porta solo morte, distruzione e disperazione, ma rende ancora più instabili equilibri già precari su cui pensiamo di poter sostenere l'economia mondiale. Stiamo parlando di una dipendenza dai combustibili fossili di cui non possiamo fare a meno. Anzi, una dipendenza di cui non vogliamo fare a meno perché la transizione energetica necessita tempo e costi e l'idea di cambiamento spaventa. Ma la transizione è fondamentale. E lo è non per la storiella dell'auto elettrica che gira ormai come un disco rotto, ma perché il consumo dei fossili è destinato a interrompersi: lo sfruttamento delle risorse terrestri non è infinito e i costi peraltro sono destinati ad aumentare quando le risorse diventeranno più difficilmente accessibili. Un aumento del prezzo della benzina – come quello osservato in questi giorni e che è destinato probabilmente ancora a crescere – è quindi solo una puntina della punta di un iceberg di cui neghiamo l'esistenza, ma che la chiusura di un rubinetto ci mette prepotentemente davanti. Pensiamoci un attimo: è bastata solo la chiusura di un canale per toccare con mano l'instabilità di una dipendenza.
C'è poi l'altra questione. Quella climatica. Perché anno dopo anno, proprio a causa del consumo forsennato dei combustibili fossili, l'aumento della concentrazione dei gas serra in atmosfera ha causato quel fenomeno che è noto come riscaldamento globale. Siamo arrivati a 427 parti per milione (ppm), superando così di oltre il 50% i livelli di concentrazione di anidride carbonica in cui si trovava la nostra atmosfera prima dell'avvento della rivoluzione industriale e l'effetto sul nostro sistema climatico è stato quello di aver osservato un aumento della sua temperatura di circa 1.5 °C in 150 anni. Invertire la rotta diventa quindi doveroso, non solo per attutire i colpi e i contraccolpi di una diminuzione della disponibilità dei combustibili che arriverà inevitabilmente e che dipende anche da conflitti bellici, ma anche e soprattutto per preservare il pianeta in cui abitiamo mantenendolo nelle condizioni di attuare il «giusto» equilibrio tra la radiazione solare entrante e quella infrarossa uscente perché è proprio da questo equilibrio, dipendente proprio dalla concentrazione dei gas serra, che la vita sulla Terra è permessa per come noi la conosciamo.
Forse non ci rendiamo conto che questo è un discorso puramente egoistico. Perché la Terra continuerà con i propri movimenti di rotazione e di rivoluzione e lo farà anche se la sua temperatura media sarà di uno, due, cinque o dieci gradi superiore a quella attuale. Ma non sarà lo stesso per i suoi abitanti, soprattutto se questo cambiamento è indotto e accelerato e non dipende dalla naturale alternanza ciclica che da sempre ha definito le ere geologiche del nostro pianeta.
Ricordo a tutti i nostri lettori che, su facebook, potete trovarmi anche alla pagina di Meteorologia Andrea Corigliano a questo link. Grazie e buona lettura!
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Andrea Corigliano, fisico dell'atmosfera








